ATTESA (racconto di paolo gianolio)

Posted on 22/06/2012 by paologianolio in Pensieri e Racconti

Attesa Apro i miei occhi nella stanza dei sogni Parlo con loro e li prendo per mano Nella memoria cresceranno pian piano Questa è la stanza della mia vita Ho atteso che la luna crescesse i fiori Ho cresciuto gli anni con e  senza inganni Ho profumato di te i pensieri migliori Ora creo amori [...]

Attesa

Apro i miei occhi nella stanza dei sogni
Parlo con loro e li prendo per mano
Nella memoria cresceranno pian piano
Questa è la stanza della mia vita
Ho atteso che la luna crescesse i fiori
Ho cresciuto gli anni con e  senza inganni
Ho profumato di te i pensieri migliori
Ora creo amori a migliaia di anni
Nella mia mente dietro le quinte
Ho voglia di correre all’impazzata
Verso la storia a rifare le tinte
A eliminare la bocca minata
Ho respirato nell’aria  l’onestà
Ho conosciuto labbra che sputavano viltà
Ho visto il ghigno della vanità
Corrompere gli ochhi della mia città
Ho visto i bagliori d’invidia accecanti
Annientare alte mura e vele viaggianti
Ho trovato l’arte nella pazzia
Senza cui la vita se ne va via
Ho conosciuto la forza dell’odio
Primo fra tutti proprio sul podio
Annebbia la vista e confonde la mente
Vince su tutto e tu rimani perdente
Mi piace il colore della speranza
Conosco il sapore della coscienza
Sento le grida così in lontananza
Della mia vita che è tutta apparenza
Ho conquistato la fantasia
Arte nell’aria che con la pazzia
Punterà in alto e credo già mia
Vola fluttuando con gioia e allegria
Ho visto la faccia dell’amicizia
Guardare all’interno della  giustizia
Alle sue rughe e negl’occhi a metista
Vorrei parlarle come conquista
Vivo al profumo del tuo sorriso
Per me sa di buono e cambierà il mio viso
Ho visto il mare dei tuoi pensieri
Sa di fiori e annegherà il mio ieri
Ti ho conosciuta aggrappata al mio cuore
Come il vento soffiavi allungando le ore
Vorrei respirare la tua fragranza
Regalo ai pensieri della mia stanza
Apro gli occhi nella stanza reale
Vedo giocare una vita incompiuta
Il mio futuro sarà più leale
Questa è una stanza di vita vissuta

L’ARTE (pensiero)

Posted on 22/06/2012 by paologianolio in Pensieri e Racconti

Arte Arte è tutto ciò che viene raffigurato dalla sensibilità dell’uomo e che nasce dal suo istinto. Arte è purezza, è pensiero non contaminato da un fine è irrazionalità. Arte è espressione animale che esce e si manifesta inconsapevole e dirompente – come l’eruzione di un vulcano – da inconscio a disegno di vita come [...]

Arte

Arte è tutto ciò che viene raffigurato dalla sensibilità dell’uomo e che nasce dal suo istinto. Arte è purezza, è pensiero non contaminato da un fine è irrazionalità.

Arte è espressione animale che esce e si manifesta inconsapevole e dirompente – come l’eruzione di un vulcano – da inconscio a disegno di vita come l’architetto dell’universo comanda.

Arte è parte dell’umanità che sa apprezzare il valore di ogni forma espressa scaturita dal sentimento.

Arte è creatività originata da azione e devozione, da memoria, anima e fantasia.

Arte è tutto ciò che brilla di luce propria e si tramanda continuando a brillare nel tempo per sempre.

La mano del talento, contrastata da gioia e dolore, esprime

tutto questo.

la mia musa (racconto di paolo gianolio)

Posted on 22/06/2012 by paologianolio in Pensieri e Racconti

La mia musa Chiedo scusa alla mia musa  parlo al canto e alla sua prosa è una vecchia storia offesa qui con me senza pretesa le tue note sono il manto come battiti d’incanto fanno stridere il cemento rinforzando il cuore e il vanto chiedo scusa mia sovrana sei la guida e la mia meta [...]

La mia musa

Chiedo scusa alla mia musa
 parlo al canto e alla sua prosa
è una vecchia storia offesa
qui con me senza pretesa
le tue note sono il manto
come battiti d’incanto
fanno stridere il cemento
rinforzando il cuore e il vanto
chiedo scusa mia sovrana
sei la guida e la mia meta
sei brillante e maestosa
la passione è già tua sposa
le mie vene sono strade
per raggiungere il mistero
di una via d’ispirazione
su uno sfondo bianco e nero
prendi il mondo per la mano
sui sentieri d’armonia
la tua voce è un primo piano
dolce come litania
sosterrò la tua bellezza
uguale al senso dello spazio
manerrò la tua ricchezza
purchè il tempo paghi il dazio

 

agli dei della giustizia
doneremo il tuo valore
siamo in cerca d’armistizio
per corrompere il tuo umore
la tua vita non ha pace
pochi al mondo ne hanno fede
c’è chi ascolta ma non tace
e mai diventerà tuo erede
a chi crea noiosi canti
tu non cedi sentimenti
a chi ruba note ai santi
vendi loro i pentimenti
padre grida a chi ha creato
questa musa ispiratrice
dacci ancora un po’ di fiato
per cantare quel che dice
i tuoi colori perdon senso
se cambiamo successione
ma userai l’arcobaleno
che è la chiave per l’unione
la profondità del tempo
è uno spettacolo d’argento
chiedo scusa dolce musa
aiuta l’uomo e il suo lamento
scheda e voto a maggioranza
al tuo pensiero che è speranza
ricreare il tuo creato
per riprenderne coscienza
sangue e lacrime saremo
e come inchiostro scriveremo
la mia musa è contagiosa
il suo futuro eleggeremo
è la musica che ascolta
dona luce a chi è ispirato
trova il senso alla tua vita
quando ascolti il suo passato
è una musica stravolta
da uno stato indifferente
offriamo pace al suo dolore
mettiamo in croce chi non sente

 

L’UOMO (racconto di paolo gianolio)

Posted on 22/06/2012 by paologianolio in Pensieri e Racconti

L’Uomo appari e mostri intelligenza impari e compri la sapienza ingegno della tua coscienza santo e vita da indulgenza come oro sei grande artista come suono sarai musicista come vento andrai lontano segui il senso della tua mano Uomo vivi come una candela dando colpa  ad una ghiotta mela poi imponi che sarai il messia [...]

L’Uomo

appari e mostri intelligenza

impari e compri la sapienza

ingegno della tua coscienza

santo e vita da indulgenza

come oro sei grande artista

come suono sarai musicista

come vento andrai lontano

segui il senso della tua mano

Uomo vivi come una candela

dando colpa  ad una ghiotta mela

poi imponi che sarai il messia

speri ma prima spari e così sia

sempre in cerca di pensieri rari

per addolcire oceani e mari

usi te stesso per diventare grande

grande mistero che l’aldilà espande

tu costruirai là dove distruggi

ma non hai coscienza e non sai che fuggi

silenzioso pensi di passar la cruna

credulone come padrone della luna

storia di tante storie prive

radio delle tue scorie attive

cieco davanti all’universo

vivi discontinuo e perso

dal tuo raccolto tu non crei percorso

come uno stolto che per sempre ha corso

poi t’inventi di visitar pianeti

ma cedi e invecchi fra le tue pareti

inciti a fare fuoco e uccidi

ottuso porti la croce e ridi

lamenti “la mia giustizia frega”

illuso dalla tua voce e preda

gridi per poi sentirti vero

urli ma rimarrai  mistero

affidi la tua viltà a un mago

speri di trasformarti in drago

in cerca di fantasia profonda

ciò che nella memoria abbonda

menti per allargar la sponda

sali ma come il sale affonda

cedi alla tua sicurezza

inventi il tuo paragone

vaghi nella tua bellezza

anneghi nella tua passione

Questo canto frettoloso esclama

Come un fulmine dal cielo in viaggio

Verso l’anima che poi reclama

Un sentimento reso un po’ più saggio

Quando il sole lustrerà i suoi raggi

La sua luce aiuterà gli umori

Se la luna accetterà gli ingaggi

La tua sorte sarà concime ai fiori

Senti caro uomo non esiste il tuo destino

Come l’ombra dei tre magi è un fatale manichino

Lacrima d’acqua pura sarà l’anima pulita

E’ goccia che assicura i colori alla tua vita

Senti grande uomo riguarda l’Universo

Rinventati la vita e spazza il cielo terso

L’anima canterà rivolta al tuo sorriso

E così volerai verso il paradiso

DALLA RIVISTA “ROMA IN JAZZ” di FABRIZIO CICCARELLI

Posted on 22/06/2012 by paologianolio in Press

  Paolo Gianolio “Tribù di note” 
(pubblicato da Videoradio/RaiTrade 2012) di Fabrizio Ciccarelli   1- Archimede; 2- Aura; 3- Manusinti; 4- Abraxas; 5- Kalypso; 6- Tribù di note; 7- Ochèthi Sakòwin; 8- Pangea Paolo Gianolio – chitarre, basso, pianoforti, programmino
Gavin Harrison – batteria e percussioni ( 1 e 5 )
Pio Spiriti – violino ( 4 [...]

 

Paolo Gianolio

“Tribù di note” 
(pubblicato da Videoradio/RaiTrade 2012)

di Fabrizio Ciccarelli

 

1- Archimede; 2- Aura; 3- Manusinti; 4- Abraxas; 5- Kalypso; 6- Tribù di note; 7- Ochèthi Sakòwin; 8- Pangea

Paolo Gianolio – chitarre, basso, pianoforti, programmino
Gavin Harrison – batteria e percussioni ( 1 e 5 )
Pio Spiriti – violino ( 4 )

Nella definizione degli stili chitarristici Paolo Gianolio è sicuramente uno degli strumentisti italiani più avvezzi all’eclettismo e alla lungimiranza tecnica; non a caso ha collaborato con notissimi nomi del pop, come Mina, Morandi, Vanoni, Mannoia, Battiato, Baglioni e Vasco Rossi, solo per citarne alcuni che, come ognuno sa, scelgono con grande scrupolo i propri musicisti, spesso i migliori.

Pubblicato da Videoradio/Raitrade con la saggia regia del fine conoscitore di cose musicali Beppe Aleo, il cd è dedicato alle differenti culture che compongono l’universo della 6/ 12 corde: presenta otto brani, ognuno dei quali è dedicato a quella che il Nostro definisce candidamente “tribù”, tale per definizione antropologica e, soprattutto, musicale. Il poliedrico Gianolio suona, con notevole perizia e creatività, piano, fiati, batteria, basso, non bastassero il programming e tutti i registri della chitarra cui fa disinvoltamente ricorso, in compagnia solo di un bravo batterista (Gavin Harrison) e di un violinista (il versatile Pio Spiriti).

L’album contiene interessanti contenuti video, in primis un’intervista nella quale chiarisce le “dediche” dei brani. Allora apprendiamo come “Archimede” sia un blues non canonico in 12/8 ispirato anche ai cartoons di Topolino e pensato per tutti coloro che contribuiscono ad ampliare la conoscenza e la creatività, come “Aura” ricerchi armonie con cambiamenti di tonalità, di tempo e di energia nella volontà di figurare un ambient onirico di segno metheniano, come “Manusinti” sia ispirato al “gypsy” quale tributo a Django Reinhardt (l’unico Django, il grande Django essenziale esempio di percorso esistenziale nella magica purezza del solismo tra i più toccanti che le blue notes ricordino: fusione tra “Manouche” e”Sinti”, lo stile e l’origine gitana di Django), come “Abraxas” rappresenti la lotta tra il bene ed il male nell’evocazione dello spirito delle note come prodotto di un “essere universale”. Ma come, in tal caso, non meditare su ”Abraxas” di Carlos Santana? Storico album pubblicato nel 1970 fu uno dei primi mix tra latin e rock vibrati in percussività ancestrali da Mike Carabello, Josè Chepito Areas, Michael Shrive, Reyes Rico e Stephen Shapore alla tabla. Un’ ibridazione che diede vita ad un genere ancora in evoluzione: un prodigio ideologico per l’epoca, una volontà d’apertura all’anima del mondo, un prodigio che Gianolio concentra in un andamento cristallino e spontaneo.

A ben pensare, poi, la parola “Abraxás” (o “Abrasáx” o Abracax), di etimologia non sicura, è presente su pietre e gemme usate come talismani magici e sembra rappresenti la mediazione fra l’umanità e il dio Sole. Per alcuni è uno degli altri nomi di Cristo, per altri del “dio ingenerato”; presso la tradizione persiana simboleggia l’unione/totalità fra Ahura Mazda ed Arimane, ossia Bene e Male. Comunque la si veda il senso che Gianolio vuol dare al proprio “neoplatonismo” o al proprio “gnosticismo” appare chiaro.

In tal senso s’intuisce come, in linguaggio strumentale fluente e fiabesco, la title track voglia comporre un unicum di pensieri sonori in cui “una nota può creare una tribù e una tribù può formare nuove note, ognuna con caratteristiche di linguaggio che si uniscono in una forma espressiva che è appunto la musica”. Condividiamo appieno: la musica è  una sola, pensiamo, ed i linguaggi sono molteplici. Senza essi la musica sarebbe nulla.

Ancora in “Ochemi Sakowin” (tribù di pellirosse appartenenti ai Dakota, da cui si staccarono vari gruppi  che riuscirono a mantenere il contatto creando i “7 fuochi del consiglio”, mantenendo pace ed energia) notiamo un corretto viatico per la macrofigurazione finale di “Pangea”, il continente primordiale il cui frazionamento creò l’arte, un’arte individuale che trovò nel segno universale la propria interpretazione primigenia e la propria evoluzione.

A questo punto sembra davvero che l’artista abbia compiuto il proprio viaggio interiore, disegnato da armonie immediate e pertinenti, da un narrare sincero, variegato e pieno, come di chi racconta la sua vita negli emboli di ogni passaggio emotivo.

La musica è il mosaico dell’anima, un breve assolo cui prendono parte tutti, esecutori ed ascoltatori, una “tribù” spesso dispersa in vie diverse ma che trova la propria saggezza nell’unico senso che ha per ognuno: la conoscenza dell’anima.

Per chi voglia sapere di più e meglio sull’autore segnaliamo: http://www.paologianolio.com/ e

http://www.videoradio.org/indexie.htm .

Fabrizio Ciccarelli

 

INTERVISTA di NOEMI COMMENDATORE

Posted on 22/06/2012 by paologianolio in Press

- Salve  maestro…. Dopo tanti anni di musica, dopo aver suonato con i più grandi in Italia ed all’ estero….. Ci sa dire cos e’ la musica? PG – Intanto ringrazio per l’opportunità che mi viene data in questa occasione di esprimere il mio pensiero. Posso provare a rispondere a questa “domandina” semplice semplice con [...]

- Salve  maestro…. Dopo tanti anni di musica, dopo aver suonato con i più grandi in Italia ed all’ estero….. Ci sa dire cos e’ la musica?

PG – Intanto ringrazio per l’opportunità che mi viene data in questa occasione di esprimere il mio pensiero. Posso provare a rispondere a questa “domandina” semplice semplice con molta umiltà e in punta di piedi anche perché sarebbe come chiedere “cos’è la vita?”

La musica può essere misteriosa, intima, oscura, segreta, delicata, maledetta, triste, dannata e dolorosa ma anche lieta, ridente, felice, allegra, terapeutica e propedeutica, un inno alla gioia insomma.

Nata come arte delle Muse, figure della mitologia greca e romana, la musica ha accompagnato e si è sviluppata parallelamente all’evoluzione dell’umanità. Uno dei primi linguaggi usati per comunicare, tramite suoni tribali, una situazione, uno stato d’animo, un pericolo.

La musica fa parte dell’animo umano perché esprime sentimenti come in ogni altra arte che si possa definire tale, d’altro canto la sua grandezza è espressa da altrettanta grandezza del genio e dell’intelletto umano.

La sua storia ci ha tramandato il genio e la sensibilità dei compositori che hanno avuto il merito di approfondirla e rinnovarla, dall’antica Grecia alla musica sacra, dal canto gregoriano alla scrittura neumatica, il rinascimento, il barocco, il sistema tonale, il classicismo, fino alla musica contemporanea, al jazz, al blues fino al pop e al rock.

La mia esperienza avuta con musicisti di tutto il mondo, mi ha fatto capire che la musica deve essere vissuta come è vissuta la vita cioè bisogna respirarla, goderla, odiarla, amarla e lei sarà specchio della memoria e del futuro.

Io amo spesso dire che “è la musica che chiama e chiama chi ama” immaginando un’entità che, dall’alto, ci segue e si insinua nella nostra anima fino a fondersi e a far parte del nostro ciclo vitale, ci entra in circolo insomma,

è il pulsare del nostro cuore che le fa prendere vita forgiandola con la nostra personalità e i nostri sentimenti.

La musica è tutto questo ma è soprattutto suono, suono selvaggio che, imbrigliato e domato, fonde insieme ritmo, armonia e melodia.

- La emoziona ancora ? E se si di più quando la esegue o quando l’ascolta? E cosa ascolta ?

PG – La musica è emozione, ascoltarla e suonarla è emozione, chi suona trasmette e interpreta il suo stato d’animo in quel momento, chi ascolta lo percepisce e lo interpreta a sua volta in una sorta di interattività che è vitale per la musica.

Si, mi emoziona sempre, mi piace ascoltarla in relax da solo e concentrato per poter godere della sua personalità.

Possono variare i generi di musica ma l’attenzione di chi ascolta dovrebbe essere sempre rivolta alla passione di chi l’ha concepita e che viene trasmessa. Io ascolto in base al mio stato d’animo che mi da le indicazioni per la scelta, amo la musica sinfonica che esprime tutta l’energia e la potenza strumentale da Beethoven a Mahler, da Mozart a Stravinsky, da Bach a Tchaikovsky, da Shostakovich a Rachmaninov.

In altri momenti mi piace ascoltare i grandi compositori odierni da Sakamoto a Morricone, ma mi garba anche ascoltare la passione dei grandi musicisti jazz come Charlie Parker, John Coltrane, Charlie Crhistian, Louis Armstrong,

per citarne solo alcuni, ma anche i grandi arrangiatori come Duke Ellington, Charlie Mingus, Count Basie. All’ascolto si aggiunge anche lo studio: oggi, per me, vale di più un ascolto approfondito della musica che lo studio tecnico vero e proprio perché la musica ha il potere di arricchire il tuo bagaglio attirando l’attenzione su una sonorità o un passaggio armonico, una melodia, e lo spessore man mano aumenta. Essendo chitarrista è ovvio che mi piacciono molti musicisti di questo strumento da alcuni dei quali ho imparato molto: Django Reinhard, Jim Hall fino a Pat Metheny, costruendo piano piano la mia personalità. La musica è vita.

- Cosa pensa della musica italiana di oggi in particolare?

PG – La mia età, metà della quale vissuta nel secolo scorso, mi ha permesso

di vivere nell’epoca più attiva della musica pop/rock in genere, quindi la mia cultura si fonda proprio sugli sviluppi importanti che sono avvenuti in quegli anni.

Sono convinto che si possa dire ancora molto nonostante oggi sia un periodo storico poco creativo (come avviene ciclicamente). Per quello che riguarda la musica italiana, sono predisposto in prevalenza all’ascolto delle canzoni pop di cantanti quali Mina, Dalla, Baglioni, Battisti etc. ma anche Giorgia, che ritengo la più brava in assoluto insieme a Elisa. Per lavoro e per tenermi aggiornato, ascolto le novità che vengono proposte e credo che la qualità ci sia, tenendo conto che molto è già stato fatto, credo nelle potenzialità dei giovani, forse bisognerebbe saperli indirizzare meglio non pensando solo al lucro ma aiutarli a crescere e a crederci. La musica è per sempre.

- Da anni collabora in qualità di musicista ed arrangiatore, con uno dei miti della musica italiana , Claudio Baglioni, ha mai fatto il conto di quanti concerti ha fatto? E l’emozione prima e durante un concerto e’ sempre la stessa o cambia di volta in volta?

PG – Non tengo il conto dei concerti ma posso dire che ognuno mi ha lasciato qualcosa di indelebile che riaffiora ogni volta che suono in un concerto e l’emozione, col tempo, si impara a conoscere ma non a comandare. La voglia di cambiare e di proporre cose nuove, mantiene l’emozione sempre a un livello alto e credo sia giusto concepirla così. La musica è emozione.

- Lei e’ anche un grandissimo compositore di musica…. Soprattutto strumentale…. Ci vuole parlare della differenza tra musica strumentale e la classica canzone ?

PG – Ringrazio per il “grandissimo” ma mi ritengo solo un musicista che ama divertirsi costruendo sulla propria personalità la propria musica che è strumentale per scelta perché permette di essere libera concettualmente, senza obblighi e costrizioni che possano affiorare seguendo un testo.

Credo anche che l’abbinamento “musica e parole” non sia stato sempre così lucido, (ovviamente vale anche per la musica strumentale) e solo pochi autori hanno avuto la fortuna e la capacità di creare perle di canzoni fondendo in un’unica opera, indissolubile nel tempo, sia il testo che la melodia. Quindi sono per la musica strumentale che mi permette la concentrazione sulle sonorità e sugli strumenti da usare e sono convinto che, anche senza testo, possa nascere una canzone che potrebbe essere poi cantata.

- Parlando di musica strumentale, lei suona diversi strumenti ma tra i tanti strumenti ha scelto diventando uno dei più grandi al mondo , la chitarra. Perché? Quanto tempo le ha dedicato e le dedica?

PG – (uno dei più grandi mi pare un po’ eccessivo…)

Io suono la chitarra da tanto tempo e sto cercando tuttora di imparare…

Come tutti gli strumenti richiede molta pratica e studio con una particolarità in più rispetto agli strumenti a tasto: l’intonazione, dovuta al tipo di impostazione che si usa per suonarla, è un po’ precaria quindi richiede molto lavoro per “imbrigliarla” e diventarne padroni. (il pianoforte ad esempio, una volta intonato suonerà intonato, la chitarra intonata avrà sicuramente qualche sbavatura qua e la mentre la si suona) ma credo che questo alla fine sia un valore aggiunto nel senso che ogni performance non sarà mai eguagliabile rendendola umana e unica.

La chitarra è stata una scelta casuale per un regalo fatto da uno zio, (se mi avesse regalato un seghetto a quest’ora sarei falegname) gli altri strumenti che suono sono venuti dopo, un po’ per curiosità un po’ per necessità (conoscere la tastiera del pianoforte ti permette di avere sott’occhio

tutto lo spettro sonoro degli strumenti con tutte le loro estensioni) quindi è di molto aiuto in fase di arrangiamento di un brano.

Insomma la chitarra è un magnifico strumento che regala momenti entusiasmanti ma anche tristezza, bisogna tenerla sempre sotto mano, pena

la perdita della sua complicità.

- Parliamo ora del suo ultimo lavoro discografico. ” Tribù di note” edito da Rai Trade. Io ho avuto la fortuna di ascoltarlo in anteprima 8 tracce ricche di sonorità nuove, di armonie particolari e a volte sorprendenti ( Archimede ad es che fa un tuffo nei cartoon) ma con un’ ambientazione acustica ” morbida ed accattivante” che ti lascia la voglia di riascoltarlo più volte……
– La trovata delle tribù e/o etnie che sono i titoli delle diverse tracce del suo lavoro e’ un modo per legare le varie tracce? Possiamo definirlo un concept album strumentale ?cosa raccontano?

PG – Direi che “questo mio parto è stato indolore”, nel senso che la composizione è venuta senza fatica, spontanea perché ispirata dall’idea-concept del disco: otto brani dedicati a etnie differenti come a voler dar loro la parola per potersi difendere e poter continuare a esistere.

Inseguendo il genio di personaggi che hanno dato lustro al mondo intero come Archimede con le sue invenzioni, la matematica, la fisica diventandone discendenti, oppure la banda di Archimede di Walt Disney. Aura come energia per lo sviluppo armonico/melodico di un brano, Manusinti dedicato a un grande chitarrista nato e vissuto in una tribù zingara: Django Reinhard che con la volontà ha trasformato la sua sofferenza in genialità, poi Abraxas come mediazione tra dei e umanità, tra il bene e il male o come alternativa a tutto ciò che esiste, segue Kalypso dedicato a tutte le tribù che usano la danza come comunicazione, poi il brano che da il titolo all’album: Tribù di Note che cerca di rendere universale il linguaggio di tutte le tracce con un travolgente susseguirsi di melodie e ritmi che si alternano a imprevedibili cambi di tempo, tutto con le sole chitarre acustiche.

Segue Ochethi Sakowin che prende il nome da una vera tribù di indiani d’America che ha dato vita ai “sette fuochi del consiglio tribù” cioè la  saggezza nelle riunioni per le scelte importanti, poi spazzata via da quegli allora “ossibuchi” degli americani.

Non poteva mancare Pangea, la primordiale terra, madre di tutti i continenti in continuo movimento fino alle attuali posizioni che conosciamo, l’universo mondo che si espande e la conoscenza si apre davanti a noi: passato, presente e futuro, noto e ignoto come attrazione per l’umanità.

- Cos’e per lei l’anima? E la sua anima da musicista coincide con quella dell’ uomo Paolo Gianolio ?

PG – L’anima è un soffio di vento che trasmette i codici per accedere ai sentimenti, l’anima è la madre di tutti i sentimenti che permette di esprimerli con la propria personalità, in tempi di sfrenato consumismo l’anima è l’unica cosa che non puoi comprare, nasce con te e quindi è la tua persona e il tuo sentimento insieme. L’anima è il principio che da vita all’evoluzione generale influenzando ogni individuo nella sua completezza.

- Oltre ad essere un musicista e” anche un uomo molto impegnato nel sociale, sappiamo  infatti che insieme a sua moglie Donella Serafini , lei si occupa di un associazione ” Dona Speranza” …. Ce ne vuole parlare?

PG – Questa associazione l’ha voluta fortemente Donella che sta facendo molte cose per poter favorire chi sta peggio di noi, io mi sono lasciato coinvolgere, devo dire senza fatica, perché la trovo un’ottima idea.

Credo che la solitudine faccia paura a tutti e contribuire a ottenere un sorriso anche piccolo, da persone ammalate e disagiate, sia di grande aiuto anche per noi stessi, rammentandoci che tutto ciò di cui godiamo può finire in un lampo. Io partecipo attivamente a questa attività cercando di contribuire con le cose che so fare come accompagnare un canto per un bambino malato, oppure dando una mano a iniziative come distribuire doni negli ospedali nei reparti di oncologia. Mi occupo poi della grafica e della realizzazione dei volantini distribuiti per gli eventi, comunque è Donella che fa da traino e ci coinvolge tutti con grande tenacia.

- Torniamo alla musica, Maestro pensa di aver suonato tutti gli accordi possibili ? Come si immagina la musica di domani?
– E facendo un parallelismo tra pentagramma e vita vissuta….pensa di averle viste tutte? Come si immagina il mondo di domani?

PG – No assolutamente, nell’armonia credo ci sia ancora tanto da scoprire

come c’è tanto da scoprire nell’universo. Quello che ti fa andare avanti è la ricerca del non conosciuto, dello sperimentare nuove strade e non fermarsi davanti a facili illusioni che crea il finito.

La musica chiama e trasmette all’anima l’aria per uscire a pieni polmoni e incantare i mondo, la musica chiama chi ama tramite l’esternazione del sentimento e questo credo non potrà mai cambiare.

Potrà cambiare il tramite (saranno diversi i modi, gli strumenti, le composizioni) ma mai potrà cambiare ciò che è essenza della musica: il sentimento. Voglio essere ottimista e credere che il mondo di domani sarà pieno di nuove energie con nuove scoperte che aiuteranno a vivere meglio soprattutto gli ammalati.

il mondo di domani sarà più consapevole dei suoi limiti e lavorerà per sfruttare senza degrado le sue potenzialità, credo che la strada maestra sia la comprensione della natura.

 

Ringrazio Noemi per aver formulato interessanti domande che mi hanno stimolato e concludo con la mia massima preferita: viva l’infinito…

 

INTERVISTA DAL “GIORNALE METAL”

Posted on 21/06/2012 by paologianolio in Press

- Ciao Paolo !!! Grazie davvero per il tempo che ci dedicherai… Partiamo proprio da questa splendida ed originale definizione che tu stesso dai al tuo essere artista, il tuo essere “contadino della musica”. Mi ha davvero colpito ed in fase di recensione ho detto la mia… Sarebbe interessante, però, sapere dalle tue parole perché [...]

- Ciao Paolo !!! Grazie davvero per il tempo che ci dedicherai… Partiamo proprio da questa splendida ed originale definizione che tu stesso dai al tuo essere artista, il tuo essere “contadino della musica”. Mi ha davvero colpito ed in fase di recensione ho detto la mia… Sarebbe interessante, però, sapere dalle tue parole perché ti definisci così…

 

PG – Ciao a tutti, ringrazio voi del Giornale Metal per questa opportunità che mi date per far conoscere il mio pensiero.

 

Contadino della musica è una definizione che ho preso in prestito dalla nobilissima cultura che riguarda l’universo rurale che ha permesso e permette al mondo di sopravvivere. Ho vissuto la mia infanzia in campagna partecipando attivamente alle varie attività che si svolgevano all’interno di un’azienda agricola. Questa esperienza è diventata preziosa per me quale dottrina di vita perché mi insegna ogni volta che la sostanza si ottiene con il lavoro e il lavoro si ottiene seminando la sostanza.

L’ispirazione (gruppi di note predisposte in un dato ordine come il seme che viene piantato) stimola la creatività (le note creano in simbiosi altre note come il grano che cresce) e quando il terreno è fertile (cioè ben lavorato, ben arrangiato) da esso nascono le opere dell’ingegno (il raccolto) che diventa racconto. Ovviamente la fatica fisica del contadino è sacra quindi il paragone è puramente spirituale.L’età insegna a costruire progetti che mettano in risalto la tua personalità, che diverrà col tempo e lo studio, la tua armatura.In altre parole, bisogna cercare di conoscere il tipo di “seme” che si vuole piantare studiandone le proprietà e scegliendo quello che si adatta, nell’arco della vita, alla fase più ricettiva, dove vi rimarrà impressa indelebilmente e dove si potrà attingere in ogni momento per far crescere e sviluppare la propria fantasia.

 

- Tra i tuoi numerosi impegni immagino sia difficile ritagliarti del tempo da dedicare alla tua attività solista. Ci descrivi quindi la genesi di Tribù Di Note, quando l’hai pensato, in che arco temporale hai svolto il lavoro di composizione e quanto tempo c’hai messo per inciderlo ?

 

PG – Tribù di Note nasce dalla voglia di sottolineare l’importanza delle diverse etnie nel mondo, etnie che dovrebbero essere non solo rispettate ma anche agevolate nello sviluppo delle loro culture (non amo il concetto di “globalizzazione” che tende ad appiattire e a non far pensare), lo sostituirei con “contaminazione” che accetta, fondendosi con i propri pensieri, le altre culture pur mantenendo intatta la propria e che sono il veicolo per lo sviluppo del mondo nonostante gli stolti abbiano fatto di tutto per annientarle: la sofferenza e la distruzione delle tribù indiane d’America, i genocidi delle tribù aborigene, le guerre tra tribù di diversa religione, le pulizie etniche, solo per citarne alcune, che hanno portato e portano il mondo a guerre che distruggono qualsiasi identità: “niente diversità che non permettono l’espansione di un movimento unico facile da dirigere” il motto dei potenti e della globalizzazione.Credo ci sia la necessità di difendere e diffondere le diverse culture, far in modo che le differenze permettano il confronto costruttivo e spianino la strada per il futuro. Da qui la mia esigenza e l’ispirazione per comporre musiche quasi come colonna sonora a tribù che hanno lottato e lottano per poter sopravvivere, musica che con onore dedico ad esse.La concezione di un album nasce dall’esigenza di comunicazione del proprio pensiero e delle proprie emozioni, quindi direi che le fasi che comprendono la sua realizzazione spirituale prima e tecnica poi, si possano fondere dando vita all’idea d’insieme del lavoro. Sono convinto che la sua realizzazione non debba superare, come regola, un certo limite di tempo, fuori dal quale si correrebbe il pericolo, manipolandolo, di farlo implodere.Credo inoltre che si possa imparare molto dai propri errori (quando li scopri e li accetti). Sono i grandi personaggi come “Archimede” che hanno permesso buona parte dell’evoluzione: discendiamo dalla sua “tribù” di scienza e conoscenza, matematica e invenzione, personaggio che si è distinto nella nostra storia sviluppando il suo genio senza farsi “corrompere”. E’ nata così questa frase melodica eseguita a seste in un atmosfera “blueseggiante”  come segno di semplicità di un concetto ma che sviluppa nel “bridge” una sua personalità. Composta con la mia ormai inseparabile signature, ho trovato giusto incidere la melodia con due titpi di suono: uno acustico per la sua naturalezza e uno elettrico, con l’inconfondibile Fender Stratocaster, per dare incisività alla melodia e caratterizzarla con questa sonorità elettrico/acustica. Ma l’ispirazione viene anche dal sogno e fantasia che ho ereditato leggendo “Archimede” di Walt Disney, personaggio ispirato a quello realmente esistito, ma raccontato con sorprendente agilità descrittiva di fantastiche invenzioni. Da una tribù di zingari i “Sinti” o “Manouche” nasce in assoluto il più grande chitarrista da cui prenderà luce una nuova corrente musicale il “Gipsy” e non solo: Django Reinhard. Un personaggio che ha sconfitto la sofferenza (conseguenza di un tragico incendio avvenuto nella sua casa/carrozza e che gli tolse l’articolazione di alcune dita della mano sinistra) con la volontà e il genio che ne scaturì. Un esempio ancora di grande ricerca e lavoro, di semina e di raccolto. L’ispirazione di questa composizione è venuta naturale e spontanea, uno dei musicisti da me preferiti perché nel tempo continuano a stupire e a dare, da qui nasce “Manusinti” un brano in stile “gipsy” come ritmica ma con armonia adattata alla mia personalità e al mio gusto. Ispirarsi a tale personaggio agevola molto la composizione, un altro buon “raccolto”. Una vera tribù di indiani d’America gli Ochethi Sakowin, hanno usato la comunicazione anche a grandi distanze con rudimentali ma efficaci fumate (una sorta di alfabeto Morse visivo) derivate dal fuoco, sterpi e/o pelli, passate a intervalli su di esso. La sacralità di questa loro azione li portò a far nascere “I sette fuochi del Consiglio Tribù” che riuniva i saggi a discutere le decisioni importanti. Questo brano, che prende il nome da questa tribù, nasce per cercare di combattere le incomprensioni ( la melodia del “verse” come ricerca del dialogo) arrivando al “chorus” con una melodia molto larga, (senso di grande spazio) condivisa con il suono del violino come segno di fusione tra diverse etnie: la disarmante semplicità della saggezza. Il “fabbisogno di energia” mentale mi ha portato “Aura”, un brano da ascoltare più volte per la sua sequenza armonico/melodica originale, eseguita nella prima parte, dal pianoforte e dalla chitarra acustica che poi sfocia in una tessitura armonica più semplice ma con sonorità più accattivanti (entrano i brass e il tuba) che sostengono il solo della chitarra/synth. Energia pura e magnetica. L’ispirazione diventa sequenziale quando si è concentrati, nel senso che la creatività produce altra creatività, quindi bisogna approfittarne. Nasce così anche “Abraxas” come momento spirituale alla ricerca di un credo, alla ricerca di altri mondi, di altri universi, come apertura totale a nuova conoscenza. Un intreccio ritmico/melodico/armonico come sovrapposizione tra conoscenza e coscienza, intelletto e saggezza, sentimento e scienza. La intro di pianoforte suggerisce un tempo binario in 4/4 ma spiazza quando entra la chitarra che suona in 12/8 fino al “chorus” che ti riporta alla realtà. Nella vita tutto è ritmato, con cadenze differenti ma costanti. Come non sottolineare le tribù di danzatori che animano il mondo? Nasce “Kalypso” un brano dedicato alla danza che si ispira alla musica che ne sottolinea il valore. Anche la semina, la crescita e il raccolto sono ritmo, quindi movimenti tribali come vita che scorre. Poi l’ispirazione continua e nasce “Pangea” unico continente da dove tutto il mondo odierno è nato. Il brano in 3/4, si evolve partendo da una melodia tradizionale arrivando ad atmosfere più moderne e lasciando una senzazione di moto continuo come il moto continuo dei continenti, come continuo sviluppo di nuove idee. La composizione dei brani, come ho detto, è venuta di getto in un periodo di tre-quattro mesi. Bisogna mantenere la concentrazione e non perdere di vista l’idea globale del progetto, il resto viene dal tuo bagaglio di vita che ti da le giuste indicazioni.La realizzazione è stata abbastanza veloce (circa 3 mesi) perché quando le idee sono chiare già nella fase compositiva, suonare e arrangiare è molto più facile e, ripeto, la mia filosofia è rurale: semina, crescita e raccolto. Ho voluto inserire poi il brano che da il titolo all’album “Tribù di Note” che raccoglie un po’ tutti i concetti espressi, uno “scintillio” acrobatico di linee melodiche e ritmi indiavolati che si fondono in un racconto unico.

 

- E’ incredibile come anche all’interno di pezzi di breve durata riesci a cambiare atmosfere ed umore con facilità, quasi delle mini suites… Cosa ti fornisce l’ispirazione ? Inoltre come nasce un tuo pezzo… con la chitarra, col pianoforte ?

 

 

PG – La cultura musicale è il motore che porta avanti il gusto e ti da modo di esprimere stati d’animo, altrimenti persi, spingendo l’ispirazione a esplorare campi meno consueti.

Ho studiato armonia classica e moderna applicata allo strumento e orchestrazione per banda, questo mi permette di esplorare e sperimentare armonie che facciano scaturire nuove emozioni, quasi come creare una colonna sonora ad una storia come fosse un film e quindi musicarne ogni singolo frame. L’ispirazione è l’astratto della coscenza che si trasforma in realtà per mezzo della conoscenza.

Un brano nasce da una serie di diversi ingredienti, non è importante da quale strumento, ma come nasce: da una frase che in quel momento ti ispira, da una melodia che ti canti nella mente, ascoltando una canzone, guardando un paesaggio, qualsiasi situazione può far scaturire un’ispirazione che porti allo sviluppo di un racconto musicale. Bisogna saper cogliere il giusto momento che può nascere anche sforzando la concentrazione su di un’idea lasciata incompleta in precedenza.

 

- Suoni molto bene basso e tastiere. Il loro studio s’è sviluppato successivamente a quello della chitarra ? Inoltre anche l’utilizzo dell’elettronica fa parte del tuo bagaglio culturale… Cosa ti ha spinto ad andare “oltre” ?

 

PG – Io nasco come bassista in un piccolo gruppo di amici all’epoca di “Dio è morto” dei Nomadi che già richiedeva una certa tecnica per riprodurlo.

Poi l’attrazione per l’armonia mi ha portato al conservatorio e un mio zio che mi regalò una chitarra casualmente, mi ha portato alla scelta di quello che poi è diventato il mio strumento. Le tastiere si imparano un po’ per necessità, un po’ per curiosità, avendo ovviamente un’impostazione basica di pianoforte, ma soprattutto è la programmazione che mi interessa, negli arrangiamenti ti aiuta a raggiungere risultati impossibili senza.

L’uso del computer è entrato piano piano nella mia attività fino a diventare uno strumento vero e proprio…perché è così che lo uso, importante per simulare sonorità che richiederebbero dispendio di energie e denaro.

Oggi c’è la possibilità di poter fondere tradizioni musicali con moderne tecnologie, lo trovo affascinante e stimolante, ma ritengo che la culla delle idee sia sempre all’interno della nostra mente che potrà usare tutti gli strumenti per realizzarle.

 

- Preferisci il lavoro in sala d’incisione o la dimensione live ? In ogni caso quali sono le sensazioni positive che ti trasmettono l’una e l’altra ?

 

PG – In sala d’incisione contano molto la creatività, la disponibilità, l’umiltà e non ultima la capacità e aggiungerei la complicità che permette il dialogo tra tutti i componenti del gruppo produttivo.

Certo la differenza con la dimensione live e netta, ma la sala ti permette di costruire la musica che poi suonerai dal vivo quindi il paragone esiste anche se un pò forzato.

Il concerto live credo sia in assoluto la massima espressione di un concetto musicale trasmesso in quell’istante e in quel luogo ascoltato da più persone,

irripetibile. Ed è proprio questo che ti permette di interagire col pubblico in modo responsoriale, cambiando la velocità del brano, allungando un solo.

La sala è la creatività, il concerto è l’emozione che stimola poi la creatività, è il ciclo vitale della musica.

 

- Il tuo parco strumenti è abbastanza vasto… Per quanto riguarda la chitarra elettrica ho letto che preferisci la Fender Stratocaster, il che mi ha fatto pensare visto il tuo background jazz, per quanto, osservandoti dal vivo, quando hai la possibilità di scatenarti ci dai proprio dentro… Quali le peculiarità della Fender rispetto alla Gibson ?

 

PG – La mia cultura rock nasce dai Led Zeppelin, da Hendrix, dai Cream e quindi dalla pancia della musica rock, per questo appena posso mi scateno.

Poi mi trasformo e mi lascio trasportare dalle moderne atmosfere di musica più sofisticata prediligendo una Gibson o una Fender a seconda del momento. Sono strumenti che hanno forgiato la storia della musica mondiale e la loro qualità è fuori discussione.

Certo, se sei amante del country o del bluegrass devi per forza usare una Fender ma io preferisco usare le chitarra senza prevenzioni di sorta, sono entrambi strumenti versatili e poliedrici.

 

Su Tribù Di Note abbiamo apprezzato le sonorità acustiche della tua Walden signature Paolo Gianolio. Ci descrivi le caratteristiche di questo strumento ?

 

PG – E’ un ottimo strumento, per una serie di particolari azzeccati forse anche un po’ per fortuna ma soprattutto per la sapiente liuteria Walden.

Ottima calibratura dei tasti con buona intonazione, corpo che vibra e trasmette una piacevole sensazione, ottimo anche il bilanciamento di volume tra le sei corde. La sua caratteristica migliore è il suono…pieno anche nelle note acute, un suono che ispira a suonarla. Lo stesso suono si ottiene anche in studio con un semplice microfono Neumann a 20 cm dalla buca.

Uno strumento versatile che mi ha regalato e mi regala momenti di relax che fanno nascere ispirazione.

 

In una precedente intervista, parlandone con Pio Spiriti proprio su queste pagine, abbiamo sottolineato il fatto che Claudio Baglioni è un’artista molto esigente nonché preparatissimo a livello tecnico. Tu ormai sei uno dei suoi principali collaboratori da anni, quindi non possiamo esimerci dal chiederti di quest’esperienza…

 

PG – Devo dire che con Claudio l’esperienza si rinnova ogni volta, il suo bagaglio, la sua sensibilità e la sua imprevedibilità non hanno confini, ha contribuito sicuramente alla mia formazione nella musica pop. Claudio è molto esigente ma d’altro canto lo sono anch’io e questo rende molto stimolante il rapporto. Ormai ci consideriamo “cugini” prendendoci un po’ in giro ma al momento opportuno si diventa seri e si lavora seriamente.

E’ molto importante ascoltare Claudio quando spiega un suo nuovo progetto perché è già chiaro nella sua mente, il lavoro che viene dopo è dedicato in gran parte alla creatività. Essere propositivi e positivi sempre alla ricerca di nuove strade e nuove sonorità è un’altra caratteristica che a Claudio calza bene, mai adagiarsi su di un sicuro ma scontato arrangiamento ma andare avanti sperimentando la fusione di nuove sonorità.

 

 

- Quali chitarristi in genere ti piacciono oggi ? Ed in ambito rock ? Ogni tanto ascolti anche qualche grande come Vai, Satriani, Malmsteen ecc… In Italia, inoltre, c’è qualche collega di strumento che stimi in modo particolare ?

 

 

PG – Generalmente ascolto vari generi di musica nel suo intero, ho ascoltato molto in passato e i miei chitarristi preferiti rimangono: Django Reinhard, Jim Hall, Wes Montgomery, Barney Kessel, Alan Holsworth, John Abercrombie, Pat Metheny, ho ascoltato Steve Vai che, se non vado errato, mi pare il capostipite nel suo genere, e tanti altri ma non ne seguo assiduamente nessuno in particolare, la mia vena rock è molto tradizionale come ho già accennato in precedenza. La mia formazione è antica, avvenuta nel secolo scorso (!) quindi l’istinto mi manda “sms” dal passato. (eh eh ).

 

- Quali saranno le tue prossime mosse ?

 

PG – In attesa di qualche notizia sicura dal mondo, sto già preparando il mio terzo lavoro e vi posso dare una piccola anticipazione: sarà suonato live in studio: batteria,piano, basso e chitarra con inserti orchestrali e alcuni ospiti.

 

- Noi siamo un ‘Giornale Metal’ ma ti assicuro che parliamo spesso di tutto ciò che c’è di buono ed interessante anche al di fuori di tali confini, senza porci alcun limite, insomma… La chiusura con i lettori la lasciamo alle tue parole…

 

 

PG – Sono d’accordo con voi e con la vostra filosofia, la qualità innanzi tutto, interesse per le buone proposte, apertura al nuovo senza confini, perseguire le proprie idee senza paure e ricercare e ascoltare tutto ciò che piace (non tutto ciò che c’è come se si dovesse vincere un premio). Ogni opera dell’ingegno contiene un messaggio, dobbiamo cercare di captare quel messaggio e seguirlo.

Io credo che la musica abbia bisogno di artisti che sostengano buona parte della sua storia e che creino il nuovo basandosi su di essa.

La contaminazione stimola l’ingegno il sentimento fa il resto, quindi tanto studio e concentrazione, poi è la musica che viene a cercarti non il contrario. Usiamo e adattiamo anche alla musica il nostro più grande diritto: la libertà: leggere, pensare e agire rispettando il pensiero altrui.

 

Voglio ringraziare ancora voi tutti del Giornale Metal per questa opportunità che mi avete dato, essere e parlare insieme di musica conforta il cuore.

Vi lascio con un mio pensiero: “La musica chiama chi ama”.

 

 

Paolo Gianolio  2012

 

 

INTERVISTA DI ATHOS ENRILE

Posted on 21/06/2012 by paologianolio in Press

1)La  tua biografia inizia con un atto molto comune, un regalo tipico dei primi anni di vita, uno strumento musicale. Non sono però molti quelli che perseverano trasformando quel dono in una passione e, per i più fortunati, anche in  un lavoro. Come si è evoluto nel tempo il tuo amore per la chitarra? PG [...]

1)La  tua biografia inizia con un atto molto comune, un regalo tipico dei primi anni di vita, uno strumento musicale. Non sono però molti quelli che perseverano trasformando quel dono in una passione e, per i più fortunati, anche in  un lavoro. Come si è evoluto nel tempo il tuo amore per la chitarra?

PG – Negli anni 60 e 70 si è sviluppata gran parte della musica rhythm & blues, pop e soprattutto rock, generi basati sulla chitarra che era uno strumento che permetteva di risuonare a “orecchio” brani dei Rolling e dei Beatles o di James Brown seguendo il proprio istinto. L’ispirazione arrivava dalla vita che allora era molto intensa e piena di opportunità tra le quali, imparare ascoltando e in seguito studiando su questa musica e una semplice attrazione si è piano piano trasformata in una vera e propria passione. I primi rudimenti che si imparano con gli amici, i primi accordi che mi hanno aperto la strada del mondo-chitarra che non avrei più lasciato diventando anche la mia professione (allora mio padre, violinista mancato, avrebbe preferito per me qualche titolo di studio in più ma poi col tempo si è ricreduto e oggi è trova giusto ciò che ho fatto). Poi arrivarono gli studi seri e l’ascolto si era allargato a musica nuova per me, il jazz. Dalla chitarra elettrica del geniale Charlie Christian all’affascinante fraseggio Gipsy di Django Reinhard, dallo “swing” di Wes Montgomery che faceva ballare le sedie, all’anima di Jim Hall, dal modernissimo Pat Martino a John Abercrombie ma anche Charlie Parker, John Coltrane, Miles Davis, Charlie Mingus, Gil Evans solo per citarne alcuni. La chitarra è uno strumento che dà molto ma richiede moltissimo impegno con studi giornalieri di tecnica pura ma anche uso della propria personalità e immaginazione, tenendo conto della direzione dell’evoluzione che dipende dal gusto personale, ed è per questo che, ad un certo punto, anche lo strumento dovrebbe essere costruito od ok, e qui è intervenuta la Walden che mi ha costruito una bellissima chitarra acustica signature assecondando tutte le mie richieste.

2)Tra i tanti musicisti che possono aver segnato la tua vita, ne esiste uno che ha rappresentato  e magari ancora rappresenta una linea guida, un esempio da seguire?

 

PG – Lo strumentista che più mi ha segnato credo, dico credo perché ne esistono tanti, sia Django Reinhard per la sua travolgente passionalità e personalità che lo ha trasformato in un grande con il suo fraseggio all’avanguardia per i suoi tempi e soprattutto per la volontà di trasformare il suo dolore, dovuto alla disgrazia che lo colpì, in gioia di suonare. Un altro musicista che è entrato nella mia vita è Gil Evans, arrangiatore sopraffino e sofisticato che ha avuto il merito di allargare le sonorità orchestrali delle big band usando in modo ardito soluzioni armoniche che ancor oggi mi colpiscono. Ma direi che nel corso della mia vita ci sono più musicisti che mi hanno segnato, ognuno dei quali mi ha dato l’opportunità di allargare il mio ingegno che ho poi trasformato in impegno.

3)Quando ero molto giovane era di moda compilare anno per anno le classifiche dei musicisti migliori. Le discussioni da bar  di noi adolescenti immaturi vertevano su tecnica, gusto  e timbrica, e ognuno parteggiava per il suo mito. Che caratteristiche deve avere, secondo te, il grande chitarrista? Quando hai realizzato di aver fatto un importante salto di qualità?

PG – Sono dell’opinione che esistano grandi musicisti ognuno con le sue caratteristiche; per quanto riguarda la chitarra potrei elencarti, come accenni nella domanda e a mio gusto personale, lo strumentista più tecnico o quello che ha più gusto ma per me il grande chitarrista deve avere cuore e passione e con la propria personalità esternare e forgiare, tramite lo strumento, il suo gusto. In definitiva è la mano del musicista che fa il suono dello strumento e credo che la sua caratteristica sia poi valorizzata, man mano che ne acquisisce coscienza, dall’evoluzione del suo carattere e dal bagaglio musicale. Il salto di qualità non rientra nel programma di studio che un musicista intraprende, non credo si possa decidere quando farlo ma per rispondere alla tua domanda dico che quando ti ritrovi a suonare con musicisti di grosso calibro allora realizzi quantomeno che sei apprezzato.

4)Le tue collaborazioni sono importanti ma… esiste qualche rammarico per un treno passato e mai preso per eccesso di cautela?

PG – No, nessun rammarico, certo se esistesse il treno della sapienza e della conoscenza, prenoterei subito. La mia vita nel campo della musica è stata da me scelta istintivamente e per passione che sono poi state e sono tuttora le mie guide spirituali. Nei primi anni del mio percorso musicale, ho avuto il privilegio di svezzarmi con la famosa “gavetta” facendo ballare la gente (allora non esistevano discoteche) e le orchestre lavoravano 4 o 5 giorni alla settimana tutto l’anno, con un repertorio che andava dal Valzer al R&B, dalla canzone italiana a quella americana, insomma un grande apprendistato che riaffiora sempre nel tempo e che mi da molta sicurezza. Un rammarico l’avrei…imparare a suonare la chitarra! ( eh eh eh ) Col tempo e con gli anni la vita diventa più filosofica e studiare filosofia significa diminuire quel poco che si sa quindi, facendone un paragone, ne ho dedotto che non basterebbero due vite per imparare a suonare come dio comanda. Io ci provo.

5)Mi racconti un aneddoto significativo, positivo o negativo, legato alla tua vita musicale?

PG – Un giorno, preso dalla disperazione per non comprendere i risultati dello studio assiduo che stavo facendo, decisi, per la “pagnotta”, di cambiar mestiere e andai a lavorare prima come elettricista poi come meccanico in seguito come libraio. E’ allora, dopo qualche tempo, che mi sono reso conto dell’importanza dello studio che avevo intrapreso nel senso che era quello che serviva per il futuro. Ecco perché si dice che non si finisce mai di studiare, perché quello che studi nel presente ti sarà utile solo nel futuro.

6) Che cosa significa realizzare un album proprio? Può essere assimilabile alla necessità di effettuare un bilancio di spezzoni di vita, come per chi scrive un libro, ad esempio?

PG – La soddisfazione di poter far arrivare lontano il proprio pensiero, per questo cerco di impressionare i nastri magnetici con le mie note. Certo è raccontare la tua vita tramite i sentimenti e i sogni inventando storie che facciano sognare, credo sia un grande privilegio, credo altrettanto che sia la musica che chiama nel momento tu sia predisposto ad ascoltarla.

7)”Tribù di Note” è un album strumentale, ma immagino esista un filo conduttore che lega gli otto brani che lo compongono. Si può considerare un “concept”? Mi puoi descrivere “il cuore” di questo tuo lavoro?

PG – Tribù di Note nasce ispirato dalle diverse etnie del mondo, sono otto racconti a sostegno di tribù nel senso di culture diverse. Non amo molto la così detta globalizzazione che tende a non far pensare, sono affascinato invece delle differenti culture etniche che hanno creato il mondo in cui viviamo e che permettono di avere confronti costruttivi per potersi evolvere. Da qui l’ispirazione dei brani contenuti nell’album. Archimede come scienza e conoscenza o come ironia del fumetto di Walt Disney, Aura immaginata come energia pura che scaturisce dalla coscienza, Manusinti come la cultura zingara, Abraxas è la mediazione tra dei e umanità, tra il bene e il male, l’alternativa al tutto. Calypso è l’amore per la danza, arte figurata che valorizza la musica, Tribù di Note è il desiderio di intermediazione tra le culture e ricavarne beneficio per l’universo mondo. Ochethi Sakowin è una vera tribù di indiani d’America che simboleggia la saggezza di quei popoli spazzati via da stupidi potenti. Chiude l’album Pangea che è l’inizio delle culture cioè da quando l’uomo ha cominciato a pensare. Espressione musicale vuol dire combattere per affermare il proprio pensiero io cerco di farlo abbinando un concetto di vita a un racconto di fantasia.

8) Come è nata la collaborazione con la Videoradio di Beppe Aleo?

PG – Con la cosa che funziona da sempre al mondo: il tam-tam che esiste dall’era primordiale. Tramite un musicista che lo conosceva e che mi ha consigliato di rivolgermi a lui. E devo dire che mi ha fatto molto piacere conoscerlo perché è persona capace, precisa e educata. (beh..al giorno d’oggi!). Dopo essermi informato curiosando nel suo sito, ho deciso di rivolgermi a lui per il mio nuovo album e devo dire che l’incontro ad Alessandria, dove Beppe vive e lavora, è stato molto stimolante, direi che ci siamo trovati sulla stessa frequenza da subito. Poi mi ha fatto piacere appurare che il catalogo della Videoradio è in buona parte dedicato a miei colleghi.

9)Mi dai una tua visione generale dell’attuale business legato al mondo della musica?

PG – Già la parola business non va d’accordo con la musica intesa come arte anche se oggi è entrata a farne parte, l’arte e l’ingegno sono preziosi per gli artisti e dovrebbero essere stimolati non comprati o “scaricati” trasformando qualsiasi opera a un trofeo o a un soprammobile. Io credo che nell’evoluzione della musica, pop in primis, si sia arrivati a un punto fermo e le priorità dovrebbero essere a favore del nuovo. Una cosa importante sarebbe avere una base culturale musicale più evoluta quindi più scuole di musica, posti costruiti per la musica, scambi culturali e soprattutto serietà nell’insegnamento e nell’apprendimento, insomma, più stimoli per quest’arte impoverita dal suo consumo sfrenato. Altra cosa è attendere che succeda qualcosa…il motto delle case discografiche “non investo nulla se non succede nulla…” è disarmante per il povero musicante, che ha talento, ma deve aspettare magari 20 anni per potersi esprimere solo perché la sua opera non è stata capita o ancor peggio ascoltata. Io mi definisco contadino della musica perché per raccogliere bisogna seminare e mi pare che in questo momento siamo in netta controtendenza. I talenti ci sono, la voglia di farsi sentire c’è, diamo spazio al valore e non allo stupore. Ovviamente i tempi cambiano, la storia cambia e spero cambierà anche il futuro a favore delle anime che si vogliono distinguere e questo potrà avvenire solo se cambierà la cultura e il “business” tornerà al suo posto come traino per l’ingegno musicale.

10)Esiste un chitarrista attuale, o comunque un musicista, che ti ha sorpreso, che è stato per te una rivelazione?

PG – Ribadisco che per me esiste la musica in generale. Certo ci sono musicisti che mi hanno influenzato e stupito più di altri, ma io seguo il mio istinto che mi sussurra e mi guida all’ascolto di quello che colpisce la mia sensibilità e questo non dipende da chi ma da cosa ascolto; ed ecco che riuscire a captare l’umore di una performance di un musicista, stupirsi per un inaspettato contrappunto anziché una sonorità dissonante, cogliere il messaggio di un assolo, muovere il piede a tempo per un impulso irrefrenabile, tutto ciò diventa un privilegio un valore e tutto questo fa parte della musica e di ogni strumentista. Io amo l’umore di un musicista non lo stupore.

11)Apri il libro dei desideri. Cosa trovi alla voce “da realizzarsi  assolutamente entro il 2015”?

PG – Ho in mente molte cose da realizzare ma in effetti ci sarebbe un desiderio in particolare: un disco in quartetto con i musici miei preferiti: Gavin Harrison, John Giblin, Danilo Rea e Paolo Gianolio che arrangia con interventi orchestrali e alcuni ospiti. Non so se riuscirò a realizzarlo ma ci proverò. Poi il sogno che l’umanità, prima di perdersi completamente, si accorga del valore della natura che fin qui ci ha guidato e rendersi conto che in futuro non dobbiamo combatterla ma viverci accanto ascoltando i messaggi che ci manda. Mi congedo aspettando che la natura e la musica mi chiamino.

Ringrazio Athos Enrile per le domande stimolanti e spero di aver risposto con sufficiente dovizia.

Cordialmente

 

Paolo Gianolio

PANE E NUVOLE di PAOLO GIANOLIO – RECENSIONE DI GIUSEPPE CESARO

Posted on 21/06/2012 by paologianolio in Press

21 marzo 2011 Articolo di Giuseppe Cesaro per FINGERPICKING   Lo dico subito: a Paolo ‘Paolone’ Gianolio mi legano una lunga militanza comune (da più di dieci anni, ormai, collaboriamo – seppure su fronti diversi – con Claudio Baglioni) ed una altrettanto lunga stagione di amicizia e stima reciproca. Al contrario di ciò che qualcuno [...]

21 marzo 2011

Articolo di Giuseppe Cesaro per FINGERPICKING

 

Lo dico subito: a Paolo ‘Paolone’ Gianolio mi legano una lunga militanza comune (da più di dieci anni, ormai, collaboriamo – seppure su fronti diversi – con Claudio Baglioni) ed una altrettanto lunga stagione di amicizia e stima reciproca. Al contrario di ciò che qualcuno – in perfetta (e comprensibile) buona fede – potrebbe essere portato a pensare, però, queste mie riflessioni sul suo Pane e nuvole non sono né ispirate, né condizionate da ciò che ci lega. E la ragione è semplice: l’amicizia, infatti, è effetto – non causa – delle qualità della persona e del musicista. E il valore di questo lavoro, non dipende né dalla mia amicizia, né dalle mie parole, ma l’una e le altre da ciò che le orecchie di chiunque possono verificare ascoltando questo album.

 

È vero: Gianolio non è propriamente un fingerpicker. Potremmo, semmai, definirlo un multipicker. Polistrumentista, arrangiatore, orchestratore, produttore è, in effetti (e lo si avverte chiaramente in queste dieci tracce), un total musician di formazione talmente ampia e di esperienze così vaste e prestigiose (Mina, Morandi, Celentano, Rossi, Ramazzotti, Battiato, Zucchero, Pausini, alcune tra le innumerevoli collaborazioni) da poter essere a ragione annoverato nell’alto di gamma dei professionisti della musica ‘popolare’ del nostro Paese. Non c’è dubbio, però, che la chitarra sia il suo strumento. L’alfa e l’omega del suo rapporto con la musica. Il suo sodalizio con le sei corde è un sodalizio intimo e ‘antico’. Iniziato nella stagione del grande rock (Beatles, Stones, Hendrix, Yarbirds, Cream, Led Zeppelin e sodali) è proseguito in quella del ‘super jazz’ di menti come Coltrane, Davis, Mingus ed Evans e, ‘ovviamente’, di chitarre come Reinhardt, Hall, Pass, Kessel e Christian.
Ma la lingua di Gianolio non è frullato, né somma, né semplice accostamento di tutte queste tendenze, forme e influenze. Più autenticamente (e più significativamente) essa rappresenta il modo nel quale la luce di queste diverse tradizioni e culture musicali si è scomposta (e tutt’ora si scompone) attraversando il prisma della sensibilità e della creatività di un musicista autentico e completo. L’iride che ne viene fuori è un’iride definita, personale, riconoscibile, chiara, che segnala talento, sapienza, intelligenza, gusto. C’è il mestiere e, ovviamente, c’è la professione, com’è innegabile che sia per i tanti lustri di onorevole carriera. Ma sono tutti elementi che non si muovono mai disgiunti da passione, interesse, curiosità, onestà professionale e intellettuale. Né dal desiderio/bisogno di scoprire e apprendere cose nuove, per poter dire e dare sempre cose nuove. C’è la testa, ci sono le mani, ma c’è anche il cuore. E, soprattutto, c’è la musica ricca, densa, multiforme e ispirata di un musicista che ha visto, sentito e suonato tanto e che sa fondere la concretezza (“pane”) della terra che lo ha generato, con la materia impalpabile (“nuvole”) di cui sono fatti i sogni, per consegnarci il distillato prezioso di quanto sentito, visto e suonato.
Narra la leggenda che il mitico Filippo Daccò (il grande maestro a cui Gianolio deve gran parte della sua formazione) ebbe a dirgli: «Non ho più niente da insegnarti». Con la saggezza e l’ironia delle persone di qualità, Paolo si schernisce di fronte a quanti glielo ricordano, ma ascoltandolo si capisce che la leggenda nasconde un fondo di verità. “Sono contadino della musica» dichiara sul suo sito, con misurato understatement: «Mi piace seminare le note e raccoglierle quando sono mature». Sono mature, caro Paolo, sono mature. Grazie di averle raccolte e confezionate per noi.

 

TRIBU’ DI NOTE – intervista di Barbara Leone dalla rivista IL PUNTO

Posted on 21/06/2012 by paologianolio in Press