21 marzo 2011

Articolo di Giuseppe Cesaro per FINGERPICKING

 

Lo dico subito: a Paolo ‘Paolone’ Gianolio mi legano una lunga militanza comune (da più di dieci anni, ormai, collaboriamo – seppure su fronti diversi – con Claudio Baglioni) ed una altrettanto lunga stagione di amicizia e stima reciproca. Al contrario di ciò che qualcuno – in perfetta (e comprensibile) buona fede – potrebbe essere portato a pensare, però, queste mie riflessioni sul suo Pane e nuvole non sono né ispirate, né condizionate da ciò che ci lega. E la ragione è semplice: l’amicizia, infatti, è effetto – non causa – delle qualità della persona e del musicista. E il valore di questo lavoro, non dipende né dalla mia amicizia, né dalle mie parole, ma l’una e le altre da ciò che le orecchie di chiunque possono verificare ascoltando questo album.

 

È vero: Gianolio non è propriamente un fingerpicker. Potremmo, semmai, definirlo un multipicker. Polistrumentista, arrangiatore, orchestratore, produttore è, in effetti (e lo si avverte chiaramente in queste dieci tracce), un total musician di formazione talmente ampia e di esperienze così vaste e prestigiose (Mina, Morandi, Celentano, Rossi, Ramazzotti, Battiato, Zucchero, Pausini, alcune tra le innumerevoli collaborazioni) da poter essere a ragione annoverato nell’alto di gamma dei professionisti della musica ‘popolare’ del nostro Paese. Non c’è dubbio, però, che la chitarra sia il suo strumento. L’alfa e l’omega del suo rapporto con la musica. Il suo sodalizio con le sei corde è un sodalizio intimo e ‘antico’. Iniziato nella stagione del grande rock (Beatles, Stones, Hendrix, Yarbirds, Cream, Led Zeppelin e sodali) è proseguito in quella del ‘super jazz’ di menti come Coltrane, Davis, Mingus ed Evans e, ‘ovviamente’, di chitarre come Reinhardt, Hall, Pass, Kessel e Christian.
Ma la lingua di Gianolio non è frullato, né somma, né semplice accostamento di tutte queste tendenze, forme e influenze. Più autenticamente (e più significativamente) essa rappresenta il modo nel quale la luce di queste diverse tradizioni e culture musicali si è scomposta (e tutt’ora si scompone) attraversando il prisma della sensibilità e della creatività di un musicista autentico e completo. L’iride che ne viene fuori è un’iride definita, personale, riconoscibile, chiara, che segnala talento, sapienza, intelligenza, gusto. C’è il mestiere e, ovviamente, c’è la professione, com’è innegabile che sia per i tanti lustri di onorevole carriera. Ma sono tutti elementi che non si muovono mai disgiunti da passione, interesse, curiosità, onestà professionale e intellettuale. Né dal desiderio/bisogno di scoprire e apprendere cose nuove, per poter dire e dare sempre cose nuove. C’è la testa, ci sono le mani, ma c’è anche il cuore. E, soprattutto, c’è la musica ricca, densa, multiforme e ispirata di un musicista che ha visto, sentito e suonato tanto e che sa fondere la concretezza (“pane”) della terra che lo ha generato, con la materia impalpabile (“nuvole”) di cui sono fatti i sogni, per consegnarci il distillato prezioso di quanto sentito, visto e suonato.
Narra la leggenda che il mitico Filippo Daccò (il grande maestro a cui Gianolio deve gran parte della sua formazione) ebbe a dirgli: «Non ho più niente da insegnarti». Con la saggezza e l’ironia delle persone di qualità, Paolo si schernisce di fronte a quanti glielo ricordano, ma ascoltandolo si capisce che la leggenda nasconde un fondo di verità. “Sono contadino della musica» dichiara sul suo sito, con misurato understatement: «Mi piace seminare le note e raccoglierle quando sono mature». Sono mature, caro Paolo, sono mature. Grazie di averle raccolte e confezionate per noi.