Paolo Gianolio

“Tribù di note” 
(pubblicato da Videoradio/RaiTrade 2012)

di Fabrizio Ciccarelli

 

1- Archimede; 2- Aura; 3- Manusinti; 4- Abraxas; 5- Kalypso; 6- Tribù di note; 7- Ochèthi Sakòwin; 8- Pangea

Paolo Gianolio – chitarre, basso, pianoforti, programmino
Gavin Harrison – batteria e percussioni ( 1 e 5 )
Pio Spiriti – violino ( 4 )

Nella definizione degli stili chitarristici Paolo Gianolio è sicuramente uno degli strumentisti italiani più avvezzi all’eclettismo e alla lungimiranza tecnica; non a caso ha collaborato con notissimi nomi del pop, come Mina, Morandi, Vanoni, Mannoia, Battiato, Baglioni e Vasco Rossi, solo per citarne alcuni che, come ognuno sa, scelgono con grande scrupolo i propri musicisti, spesso i migliori.

Pubblicato da Videoradio/Raitrade con la saggia regia del fine conoscitore di cose musicali Beppe Aleo, il cd è dedicato alle differenti culture che compongono l’universo della 6/ 12 corde: presenta otto brani, ognuno dei quali è dedicato a quella che il Nostro definisce candidamente “tribù”, tale per definizione antropologica e, soprattutto, musicale. Il poliedrico Gianolio suona, con notevole perizia e creatività, piano, fiati, batteria, basso, non bastassero il programming e tutti i registri della chitarra cui fa disinvoltamente ricorso, in compagnia solo di un bravo batterista (Gavin Harrison) e di un violinista (il versatile Pio Spiriti).

L’album contiene interessanti contenuti video, in primis un’intervista nella quale chiarisce le “dediche” dei brani. Allora apprendiamo come “Archimede” sia un blues non canonico in 12/8 ispirato anche ai cartoons di Topolino e pensato per tutti coloro che contribuiscono ad ampliare la conoscenza e la creatività, come “Aura” ricerchi armonie con cambiamenti di tonalità, di tempo e di energia nella volontà di figurare un ambient onirico di segno metheniano, come “Manusinti” sia ispirato al “gypsy” quale tributo a Django Reinhardt (l’unico Django, il grande Django essenziale esempio di percorso esistenziale nella magica purezza del solismo tra i più toccanti che le blue notes ricordino: fusione tra “Manouche” e”Sinti”, lo stile e l’origine gitana di Django), come “Abraxas” rappresenti la lotta tra il bene ed il male nell’evocazione dello spirito delle note come prodotto di un “essere universale”. Ma come, in tal caso, non meditare su ”Abraxas” di Carlos Santana? Storico album pubblicato nel 1970 fu uno dei primi mix tra latin e rock vibrati in percussività ancestrali da Mike Carabello, Josè Chepito Areas, Michael Shrive, Reyes Rico e Stephen Shapore alla tabla. Un’ ibridazione che diede vita ad un genere ancora in evoluzione: un prodigio ideologico per l’epoca, una volontà d’apertura all’anima del mondo, un prodigio che Gianolio concentra in un andamento cristallino e spontaneo.

A ben pensare, poi, la parola “Abraxás” (o “Abrasáx” o Abracax), di etimologia non sicura, è presente su pietre e gemme usate come talismani magici e sembra rappresenti la mediazione fra l’umanità e il dio Sole. Per alcuni è uno degli altri nomi di Cristo, per altri del “dio ingenerato”; presso la tradizione persiana simboleggia l’unione/totalità fra Ahura Mazda ed Arimane, ossia Bene e Male. Comunque la si veda il senso che Gianolio vuol dare al proprio “neoplatonismo” o al proprio “gnosticismo” appare chiaro.

In tal senso s’intuisce come, in linguaggio strumentale fluente e fiabesco, la title track voglia comporre un unicum di pensieri sonori in cui “una nota può creare una tribù e una tribù può formare nuove note, ognuna con caratteristiche di linguaggio che si uniscono in una forma espressiva che è appunto la musica”. Condividiamo appieno: la musica è  una sola, pensiamo, ed i linguaggi sono molteplici. Senza essi la musica sarebbe nulla.

Ancora in “Ochemi Sakowin” (tribù di pellirosse appartenenti ai Dakota, da cui si staccarono vari gruppi  che riuscirono a mantenere il contatto creando i “7 fuochi del consiglio”, mantenendo pace ed energia) notiamo un corretto viatico per la macrofigurazione finale di “Pangea”, il continente primordiale il cui frazionamento creò l’arte, un’arte individuale che trovò nel segno universale la propria interpretazione primigenia e la propria evoluzione.

A questo punto sembra davvero che l’artista abbia compiuto il proprio viaggio interiore, disegnato da armonie immediate e pertinenti, da un narrare sincero, variegato e pieno, come di chi racconta la sua vita negli emboli di ogni passaggio emotivo.

La musica è il mosaico dell’anima, un breve assolo cui prendono parte tutti, esecutori ed ascoltatori, una “tribù” spesso dispersa in vie diverse ma che trova la propria saggezza nell’unico senso che ha per ognuno: la conoscenza dell’anima.

Per chi voglia sapere di più e meglio sull’autore segnaliamo: http://www.paologianolio.com/ e

http://www.videoradio.org/indexie.htm .

Fabrizio Ciccarelli