- Ciao Paolo !!! Grazie davvero per il tempo che ci dedicherai… Partiamo proprio da questa splendida ed originale definizione che tu stesso dai al tuo essere artista, il tuo essere “contadino della musica”. Mi ha davvero colpito ed in fase di recensione ho detto la mia… Sarebbe interessante, però, sapere dalle tue parole perché ti definisci così…

 

PG – Ciao a tutti, ringrazio voi del Giornale Metal per questa opportunità che mi date per far conoscere il mio pensiero.

 

Contadino della musica è una definizione che ho preso in prestito dalla nobilissima cultura che riguarda l’universo rurale che ha permesso e permette al mondo di sopravvivere. Ho vissuto la mia infanzia in campagna partecipando attivamente alle varie attività che si svolgevano all’interno di un’azienda agricola. Questa esperienza è diventata preziosa per me quale dottrina di vita perché mi insegna ogni volta che la sostanza si ottiene con il lavoro e il lavoro si ottiene seminando la sostanza.

L’ispirazione (gruppi di note predisposte in un dato ordine come il seme che viene piantato) stimola la creatività (le note creano in simbiosi altre note come il grano che cresce) e quando il terreno è fertile (cioè ben lavorato, ben arrangiato) da esso nascono le opere dell’ingegno (il raccolto) che diventa racconto. Ovviamente la fatica fisica del contadino è sacra quindi il paragone è puramente spirituale.L’età insegna a costruire progetti che mettano in risalto la tua personalità, che diverrà col tempo e lo studio, la tua armatura.In altre parole, bisogna cercare di conoscere il tipo di “seme” che si vuole piantare studiandone le proprietà e scegliendo quello che si adatta, nell’arco della vita, alla fase più ricettiva, dove vi rimarrà impressa indelebilmente e dove si potrà attingere in ogni momento per far crescere e sviluppare la propria fantasia.

 

- Tra i tuoi numerosi impegni immagino sia difficile ritagliarti del tempo da dedicare alla tua attività solista. Ci descrivi quindi la genesi di Tribù Di Note, quando l’hai pensato, in che arco temporale hai svolto il lavoro di composizione e quanto tempo c’hai messo per inciderlo ?

 

PG – Tribù di Note nasce dalla voglia di sottolineare l’importanza delle diverse etnie nel mondo, etnie che dovrebbero essere non solo rispettate ma anche agevolate nello sviluppo delle loro culture (non amo il concetto di “globalizzazione” che tende ad appiattire e a non far pensare), lo sostituirei con “contaminazione” che accetta, fondendosi con i propri pensieri, le altre culture pur mantenendo intatta la propria e che sono il veicolo per lo sviluppo del mondo nonostante gli stolti abbiano fatto di tutto per annientarle: la sofferenza e la distruzione delle tribù indiane d’America, i genocidi delle tribù aborigene, le guerre tra tribù di diversa religione, le pulizie etniche, solo per citarne alcune, che hanno portato e portano il mondo a guerre che distruggono qualsiasi identità: “niente diversità che non permettono l’espansione di un movimento unico facile da dirigere” il motto dei potenti e della globalizzazione.Credo ci sia la necessità di difendere e diffondere le diverse culture, far in modo che le differenze permettano il confronto costruttivo e spianino la strada per il futuro. Da qui la mia esigenza e l’ispirazione per comporre musiche quasi come colonna sonora a tribù che hanno lottato e lottano per poter sopravvivere, musica che con onore dedico ad esse.La concezione di un album nasce dall’esigenza di comunicazione del proprio pensiero e delle proprie emozioni, quindi direi che le fasi che comprendono la sua realizzazione spirituale prima e tecnica poi, si possano fondere dando vita all’idea d’insieme del lavoro. Sono convinto che la sua realizzazione non debba superare, come regola, un certo limite di tempo, fuori dal quale si correrebbe il pericolo, manipolandolo, di farlo implodere.Credo inoltre che si possa imparare molto dai propri errori (quando li scopri e li accetti). Sono i grandi personaggi come “Archimede” che hanno permesso buona parte dell’evoluzione: discendiamo dalla sua “tribù” di scienza e conoscenza, matematica e invenzione, personaggio che si è distinto nella nostra storia sviluppando il suo genio senza farsi “corrompere”. E’ nata così questa frase melodica eseguita a seste in un atmosfera “blueseggiante”  come segno di semplicità di un concetto ma che sviluppa nel “bridge” una sua personalità. Composta con la mia ormai inseparabile signature, ho trovato giusto incidere la melodia con due titpi di suono: uno acustico per la sua naturalezza e uno elettrico, con l’inconfondibile Fender Stratocaster, per dare incisività alla melodia e caratterizzarla con questa sonorità elettrico/acustica. Ma l’ispirazione viene anche dal sogno e fantasia che ho ereditato leggendo “Archimede” di Walt Disney, personaggio ispirato a quello realmente esistito, ma raccontato con sorprendente agilità descrittiva di fantastiche invenzioni. Da una tribù di zingari i “Sinti” o “Manouche” nasce in assoluto il più grande chitarrista da cui prenderà luce una nuova corrente musicale il “Gipsy” e non solo: Django Reinhard. Un personaggio che ha sconfitto la sofferenza (conseguenza di un tragico incendio avvenuto nella sua casa/carrozza e che gli tolse l’articolazione di alcune dita della mano sinistra) con la volontà e il genio che ne scaturì. Un esempio ancora di grande ricerca e lavoro, di semina e di raccolto. L’ispirazione di questa composizione è venuta naturale e spontanea, uno dei musicisti da me preferiti perché nel tempo continuano a stupire e a dare, da qui nasce “Manusinti” un brano in stile “gipsy” come ritmica ma con armonia adattata alla mia personalità e al mio gusto. Ispirarsi a tale personaggio agevola molto la composizione, un altro buon “raccolto”. Una vera tribù di indiani d’America gli Ochethi Sakowin, hanno usato la comunicazione anche a grandi distanze con rudimentali ma efficaci fumate (una sorta di alfabeto Morse visivo) derivate dal fuoco, sterpi e/o pelli, passate a intervalli su di esso. La sacralità di questa loro azione li portò a far nascere “I sette fuochi del Consiglio Tribù” che riuniva i saggi a discutere le decisioni importanti. Questo brano, che prende il nome da questa tribù, nasce per cercare di combattere le incomprensioni ( la melodia del “verse” come ricerca del dialogo) arrivando al “chorus” con una melodia molto larga, (senso di grande spazio) condivisa con il suono del violino come segno di fusione tra diverse etnie: la disarmante semplicità della saggezza. Il “fabbisogno di energia” mentale mi ha portato “Aura”, un brano da ascoltare più volte per la sua sequenza armonico/melodica originale, eseguita nella prima parte, dal pianoforte e dalla chitarra acustica che poi sfocia in una tessitura armonica più semplice ma con sonorità più accattivanti (entrano i brass e il tuba) che sostengono il solo della chitarra/synth. Energia pura e magnetica. L’ispirazione diventa sequenziale quando si è concentrati, nel senso che la creatività produce altra creatività, quindi bisogna approfittarne. Nasce così anche “Abraxas” come momento spirituale alla ricerca di un credo, alla ricerca di altri mondi, di altri universi, come apertura totale a nuova conoscenza. Un intreccio ritmico/melodico/armonico come sovrapposizione tra conoscenza e coscienza, intelletto e saggezza, sentimento e scienza. La intro di pianoforte suggerisce un tempo binario in 4/4 ma spiazza quando entra la chitarra che suona in 12/8 fino al “chorus” che ti riporta alla realtà. Nella vita tutto è ritmato, con cadenze differenti ma costanti. Come non sottolineare le tribù di danzatori che animano il mondo? Nasce “Kalypso” un brano dedicato alla danza che si ispira alla musica che ne sottolinea il valore. Anche la semina, la crescita e il raccolto sono ritmo, quindi movimenti tribali come vita che scorre. Poi l’ispirazione continua e nasce “Pangea” unico continente da dove tutto il mondo odierno è nato. Il brano in 3/4, si evolve partendo da una melodia tradizionale arrivando ad atmosfere più moderne e lasciando una senzazione di moto continuo come il moto continuo dei continenti, come continuo sviluppo di nuove idee. La composizione dei brani, come ho detto, è venuta di getto in un periodo di tre-quattro mesi. Bisogna mantenere la concentrazione e non perdere di vista l’idea globale del progetto, il resto viene dal tuo bagaglio di vita che ti da le giuste indicazioni.La realizzazione è stata abbastanza veloce (circa 3 mesi) perché quando le idee sono chiare già nella fase compositiva, suonare e arrangiare è molto più facile e, ripeto, la mia filosofia è rurale: semina, crescita e raccolto. Ho voluto inserire poi il brano che da il titolo all’album “Tribù di Note” che raccoglie un po’ tutti i concetti espressi, uno “scintillio” acrobatico di linee melodiche e ritmi indiavolati che si fondono in un racconto unico.

 

- E’ incredibile come anche all’interno di pezzi di breve durata riesci a cambiare atmosfere ed umore con facilità, quasi delle mini suites… Cosa ti fornisce l’ispirazione ? Inoltre come nasce un tuo pezzo… con la chitarra, col pianoforte ?

 

 

PG – La cultura musicale è il motore che porta avanti il gusto e ti da modo di esprimere stati d’animo, altrimenti persi, spingendo l’ispirazione a esplorare campi meno consueti.

Ho studiato armonia classica e moderna applicata allo strumento e orchestrazione per banda, questo mi permette di esplorare e sperimentare armonie che facciano scaturire nuove emozioni, quasi come creare una colonna sonora ad una storia come fosse un film e quindi musicarne ogni singolo frame. L’ispirazione è l’astratto della coscenza che si trasforma in realtà per mezzo della conoscenza.

Un brano nasce da una serie di diversi ingredienti, non è importante da quale strumento, ma come nasce: da una frase che in quel momento ti ispira, da una melodia che ti canti nella mente, ascoltando una canzone, guardando un paesaggio, qualsiasi situazione può far scaturire un’ispirazione che porti allo sviluppo di un racconto musicale. Bisogna saper cogliere il giusto momento che può nascere anche sforzando la concentrazione su di un’idea lasciata incompleta in precedenza.

 

- Suoni molto bene basso e tastiere. Il loro studio s’è sviluppato successivamente a quello della chitarra ? Inoltre anche l’utilizzo dell’elettronica fa parte del tuo bagaglio culturale… Cosa ti ha spinto ad andare “oltre” ?

 

PG – Io nasco come bassista in un piccolo gruppo di amici all’epoca di “Dio è morto” dei Nomadi che già richiedeva una certa tecnica per riprodurlo.

Poi l’attrazione per l’armonia mi ha portato al conservatorio e un mio zio che mi regalò una chitarra casualmente, mi ha portato alla scelta di quello che poi è diventato il mio strumento. Le tastiere si imparano un po’ per necessità, un po’ per curiosità, avendo ovviamente un’impostazione basica di pianoforte, ma soprattutto è la programmazione che mi interessa, negli arrangiamenti ti aiuta a raggiungere risultati impossibili senza.

L’uso del computer è entrato piano piano nella mia attività fino a diventare uno strumento vero e proprio…perché è così che lo uso, importante per simulare sonorità che richiederebbero dispendio di energie e denaro.

Oggi c’è la possibilità di poter fondere tradizioni musicali con moderne tecnologie, lo trovo affascinante e stimolante, ma ritengo che la culla delle idee sia sempre all’interno della nostra mente che potrà usare tutti gli strumenti per realizzarle.

 

- Preferisci il lavoro in sala d’incisione o la dimensione live ? In ogni caso quali sono le sensazioni positive che ti trasmettono l’una e l’altra ?

 

PG – In sala d’incisione contano molto la creatività, la disponibilità, l’umiltà e non ultima la capacità e aggiungerei la complicità che permette il dialogo tra tutti i componenti del gruppo produttivo.

Certo la differenza con la dimensione live e netta, ma la sala ti permette di costruire la musica che poi suonerai dal vivo quindi il paragone esiste anche se un pò forzato.

Il concerto live credo sia in assoluto la massima espressione di un concetto musicale trasmesso in quell’istante e in quel luogo ascoltato da più persone,

irripetibile. Ed è proprio questo che ti permette di interagire col pubblico in modo responsoriale, cambiando la velocità del brano, allungando un solo.

La sala è la creatività, il concerto è l’emozione che stimola poi la creatività, è il ciclo vitale della musica.

 

- Il tuo parco strumenti è abbastanza vasto… Per quanto riguarda la chitarra elettrica ho letto che preferisci la Fender Stratocaster, il che mi ha fatto pensare visto il tuo background jazz, per quanto, osservandoti dal vivo, quando hai la possibilità di scatenarti ci dai proprio dentro… Quali le peculiarità della Fender rispetto alla Gibson ?

 

PG – La mia cultura rock nasce dai Led Zeppelin, da Hendrix, dai Cream e quindi dalla pancia della musica rock, per questo appena posso mi scateno.

Poi mi trasformo e mi lascio trasportare dalle moderne atmosfere di musica più sofisticata prediligendo una Gibson o una Fender a seconda del momento. Sono strumenti che hanno forgiato la storia della musica mondiale e la loro qualità è fuori discussione.

Certo, se sei amante del country o del bluegrass devi per forza usare una Fender ma io preferisco usare le chitarra senza prevenzioni di sorta, sono entrambi strumenti versatili e poliedrici.

 

Su Tribù Di Note abbiamo apprezzato le sonorità acustiche della tua Walden signature Paolo Gianolio. Ci descrivi le caratteristiche di questo strumento ?

 

PG – E’ un ottimo strumento, per una serie di particolari azzeccati forse anche un po’ per fortuna ma soprattutto per la sapiente liuteria Walden.

Ottima calibratura dei tasti con buona intonazione, corpo che vibra e trasmette una piacevole sensazione, ottimo anche il bilanciamento di volume tra le sei corde. La sua caratteristica migliore è il suono…pieno anche nelle note acute, un suono che ispira a suonarla. Lo stesso suono si ottiene anche in studio con un semplice microfono Neumann a 20 cm dalla buca.

Uno strumento versatile che mi ha regalato e mi regala momenti di relax che fanno nascere ispirazione.

 

In una precedente intervista, parlandone con Pio Spiriti proprio su queste pagine, abbiamo sottolineato il fatto che Claudio Baglioni è un’artista molto esigente nonché preparatissimo a livello tecnico. Tu ormai sei uno dei suoi principali collaboratori da anni, quindi non possiamo esimerci dal chiederti di quest’esperienza…

 

PG – Devo dire che con Claudio l’esperienza si rinnova ogni volta, il suo bagaglio, la sua sensibilità e la sua imprevedibilità non hanno confini, ha contribuito sicuramente alla mia formazione nella musica pop. Claudio è molto esigente ma d’altro canto lo sono anch’io e questo rende molto stimolante il rapporto. Ormai ci consideriamo “cugini” prendendoci un po’ in giro ma al momento opportuno si diventa seri e si lavora seriamente.

E’ molto importante ascoltare Claudio quando spiega un suo nuovo progetto perché è già chiaro nella sua mente, il lavoro che viene dopo è dedicato in gran parte alla creatività. Essere propositivi e positivi sempre alla ricerca di nuove strade e nuove sonorità è un’altra caratteristica che a Claudio calza bene, mai adagiarsi su di un sicuro ma scontato arrangiamento ma andare avanti sperimentando la fusione di nuove sonorità.

 

 

- Quali chitarristi in genere ti piacciono oggi ? Ed in ambito rock ? Ogni tanto ascolti anche qualche grande come Vai, Satriani, Malmsteen ecc… In Italia, inoltre, c’è qualche collega di strumento che stimi in modo particolare ?

 

 

PG – Generalmente ascolto vari generi di musica nel suo intero, ho ascoltato molto in passato e i miei chitarristi preferiti rimangono: Django Reinhard, Jim Hall, Wes Montgomery, Barney Kessel, Alan Holsworth, John Abercrombie, Pat Metheny, ho ascoltato Steve Vai che, se non vado errato, mi pare il capostipite nel suo genere, e tanti altri ma non ne seguo assiduamente nessuno in particolare, la mia vena rock è molto tradizionale come ho già accennato in precedenza. La mia formazione è antica, avvenuta nel secolo scorso (!) quindi l’istinto mi manda “sms” dal passato. (eh eh ).

 

- Quali saranno le tue prossime mosse ?

 

PG – In attesa di qualche notizia sicura dal mondo, sto già preparando il mio terzo lavoro e vi posso dare una piccola anticipazione: sarà suonato live in studio: batteria,piano, basso e chitarra con inserti orchestrali e alcuni ospiti.

 

- Noi siamo un ‘Giornale Metal’ ma ti assicuro che parliamo spesso di tutto ciò che c’è di buono ed interessante anche al di fuori di tali confini, senza porci alcun limite, insomma… La chiusura con i lettori la lasciamo alle tue parole…

 

 

PG – Sono d’accordo con voi e con la vostra filosofia, la qualità innanzi tutto, interesse per le buone proposte, apertura al nuovo senza confini, perseguire le proprie idee senza paure e ricercare e ascoltare tutto ciò che piace (non tutto ciò che c’è come se si dovesse vincere un premio). Ogni opera dell’ingegno contiene un messaggio, dobbiamo cercare di captare quel messaggio e seguirlo.

Io credo che la musica abbia bisogno di artisti che sostengano buona parte della sua storia e che creino il nuovo basandosi su di essa.

La contaminazione stimola l’ingegno il sentimento fa il resto, quindi tanto studio e concentrazione, poi è la musica che viene a cercarti non il contrario. Usiamo e adattiamo anche alla musica il nostro più grande diritto: la libertà: leggere, pensare e agire rispettando il pensiero altrui.

 

Voglio ringraziare ancora voi tutti del Giornale Metal per questa opportunità che mi avete dato, essere e parlare insieme di musica conforta il cuore.

Vi lascio con un mio pensiero: “La musica chiama chi ama”.

 

 

Paolo Gianolio  2012