1)La  tua biografia inizia con un atto molto comune, un regalo tipico dei primi anni di vita, uno strumento musicale. Non sono però molti quelli che perseverano trasformando quel dono in una passione e, per i più fortunati, anche in  un lavoro. Come si è evoluto nel tempo il tuo amore per la chitarra?

PG – Negli anni 60 e 70 si è sviluppata gran parte della musica rhythm & blues, pop e soprattutto rock, generi basati sulla chitarra che era uno strumento che permetteva di risuonare a “orecchio” brani dei Rolling e dei Beatles o di James Brown seguendo il proprio istinto. L’ispirazione arrivava dalla vita che allora era molto intensa e piena di opportunità tra le quali, imparare ascoltando e in seguito studiando su questa musica e una semplice attrazione si è piano piano trasformata in una vera e propria passione. I primi rudimenti che si imparano con gli amici, i primi accordi che mi hanno aperto la strada del mondo-chitarra che non avrei più lasciato diventando anche la mia professione (allora mio padre, violinista mancato, avrebbe preferito per me qualche titolo di studio in più ma poi col tempo si è ricreduto e oggi è trova giusto ciò che ho fatto). Poi arrivarono gli studi seri e l’ascolto si era allargato a musica nuova per me, il jazz. Dalla chitarra elettrica del geniale Charlie Christian all’affascinante fraseggio Gipsy di Django Reinhard, dallo “swing” di Wes Montgomery che faceva ballare le sedie, all’anima di Jim Hall, dal modernissimo Pat Martino a John Abercrombie ma anche Charlie Parker, John Coltrane, Miles Davis, Charlie Mingus, Gil Evans solo per citarne alcuni. La chitarra è uno strumento che dà molto ma richiede moltissimo impegno con studi giornalieri di tecnica pura ma anche uso della propria personalità e immaginazione, tenendo conto della direzione dell’evoluzione che dipende dal gusto personale, ed è per questo che, ad un certo punto, anche lo strumento dovrebbe essere costruito od ok, e qui è intervenuta la Walden che mi ha costruito una bellissima chitarra acustica signature assecondando tutte le mie richieste.

2)Tra i tanti musicisti che possono aver segnato la tua vita, ne esiste uno che ha rappresentato  e magari ancora rappresenta una linea guida, un esempio da seguire?

 

PG – Lo strumentista che più mi ha segnato credo, dico credo perché ne esistono tanti, sia Django Reinhard per la sua travolgente passionalità e personalità che lo ha trasformato in un grande con il suo fraseggio all’avanguardia per i suoi tempi e soprattutto per la volontà di trasformare il suo dolore, dovuto alla disgrazia che lo colpì, in gioia di suonare. Un altro musicista che è entrato nella mia vita è Gil Evans, arrangiatore sopraffino e sofisticato che ha avuto il merito di allargare le sonorità orchestrali delle big band usando in modo ardito soluzioni armoniche che ancor oggi mi colpiscono. Ma direi che nel corso della mia vita ci sono più musicisti che mi hanno segnato, ognuno dei quali mi ha dato l’opportunità di allargare il mio ingegno che ho poi trasformato in impegno.

3)Quando ero molto giovane era di moda compilare anno per anno le classifiche dei musicisti migliori. Le discussioni da bar  di noi adolescenti immaturi vertevano su tecnica, gusto  e timbrica, e ognuno parteggiava per il suo mito. Che caratteristiche deve avere, secondo te, il grande chitarrista? Quando hai realizzato di aver fatto un importante salto di qualità?

PG – Sono dell’opinione che esistano grandi musicisti ognuno con le sue caratteristiche; per quanto riguarda la chitarra potrei elencarti, come accenni nella domanda e a mio gusto personale, lo strumentista più tecnico o quello che ha più gusto ma per me il grande chitarrista deve avere cuore e passione e con la propria personalità esternare e forgiare, tramite lo strumento, il suo gusto. In definitiva è la mano del musicista che fa il suono dello strumento e credo che la sua caratteristica sia poi valorizzata, man mano che ne acquisisce coscienza, dall’evoluzione del suo carattere e dal bagaglio musicale. Il salto di qualità non rientra nel programma di studio che un musicista intraprende, non credo si possa decidere quando farlo ma per rispondere alla tua domanda dico che quando ti ritrovi a suonare con musicisti di grosso calibro allora realizzi quantomeno che sei apprezzato.

4)Le tue collaborazioni sono importanti ma… esiste qualche rammarico per un treno passato e mai preso per eccesso di cautela?

PG – No, nessun rammarico, certo se esistesse il treno della sapienza e della conoscenza, prenoterei subito. La mia vita nel campo della musica è stata da me scelta istintivamente e per passione che sono poi state e sono tuttora le mie guide spirituali. Nei primi anni del mio percorso musicale, ho avuto il privilegio di svezzarmi con la famosa “gavetta” facendo ballare la gente (allora non esistevano discoteche) e le orchestre lavoravano 4 o 5 giorni alla settimana tutto l’anno, con un repertorio che andava dal Valzer al R&B, dalla canzone italiana a quella americana, insomma un grande apprendistato che riaffiora sempre nel tempo e che mi da molta sicurezza. Un rammarico l’avrei…imparare a suonare la chitarra! ( eh eh eh ) Col tempo e con gli anni la vita diventa più filosofica e studiare filosofia significa diminuire quel poco che si sa quindi, facendone un paragone, ne ho dedotto che non basterebbero due vite per imparare a suonare come dio comanda. Io ci provo.

5)Mi racconti un aneddoto significativo, positivo o negativo, legato alla tua vita musicale?

PG – Un giorno, preso dalla disperazione per non comprendere i risultati dello studio assiduo che stavo facendo, decisi, per la “pagnotta”, di cambiar mestiere e andai a lavorare prima come elettricista poi come meccanico in seguito come libraio. E’ allora, dopo qualche tempo, che mi sono reso conto dell’importanza dello studio che avevo intrapreso nel senso che era quello che serviva per il futuro. Ecco perché si dice che non si finisce mai di studiare, perché quello che studi nel presente ti sarà utile solo nel futuro.

6) Che cosa significa realizzare un album proprio? Può essere assimilabile alla necessità di effettuare un bilancio di spezzoni di vita, come per chi scrive un libro, ad esempio?

PG – La soddisfazione di poter far arrivare lontano il proprio pensiero, per questo cerco di impressionare i nastri magnetici con le mie note. Certo è raccontare la tua vita tramite i sentimenti e i sogni inventando storie che facciano sognare, credo sia un grande privilegio, credo altrettanto che sia la musica che chiama nel momento tu sia predisposto ad ascoltarla.

7)”Tribù di Note” è un album strumentale, ma immagino esista un filo conduttore che lega gli otto brani che lo compongono. Si può considerare un “concept”? Mi puoi descrivere “il cuore” di questo tuo lavoro?

PG – Tribù di Note nasce ispirato dalle diverse etnie del mondo, sono otto racconti a sostegno di tribù nel senso di culture diverse. Non amo molto la così detta globalizzazione che tende a non far pensare, sono affascinato invece delle differenti culture etniche che hanno creato il mondo in cui viviamo e che permettono di avere confronti costruttivi per potersi evolvere. Da qui l’ispirazione dei brani contenuti nell’album. Archimede come scienza e conoscenza o come ironia del fumetto di Walt Disney, Aura immaginata come energia pura che scaturisce dalla coscienza, Manusinti come la cultura zingara, Abraxas è la mediazione tra dei e umanità, tra il bene e il male, l’alternativa al tutto. Calypso è l’amore per la danza, arte figurata che valorizza la musica, Tribù di Note è il desiderio di intermediazione tra le culture e ricavarne beneficio per l’universo mondo. Ochethi Sakowin è una vera tribù di indiani d’America che simboleggia la saggezza di quei popoli spazzati via da stupidi potenti. Chiude l’album Pangea che è l’inizio delle culture cioè da quando l’uomo ha cominciato a pensare. Espressione musicale vuol dire combattere per affermare il proprio pensiero io cerco di farlo abbinando un concetto di vita a un racconto di fantasia.

8) Come è nata la collaborazione con la Videoradio di Beppe Aleo?

PG – Con la cosa che funziona da sempre al mondo: il tam-tam che esiste dall’era primordiale. Tramite un musicista che lo conosceva e che mi ha consigliato di rivolgermi a lui. E devo dire che mi ha fatto molto piacere conoscerlo perché è persona capace, precisa e educata. (beh..al giorno d’oggi!). Dopo essermi informato curiosando nel suo sito, ho deciso di rivolgermi a lui per il mio nuovo album e devo dire che l’incontro ad Alessandria, dove Beppe vive e lavora, è stato molto stimolante, direi che ci siamo trovati sulla stessa frequenza da subito. Poi mi ha fatto piacere appurare che il catalogo della Videoradio è in buona parte dedicato a miei colleghi.

9)Mi dai una tua visione generale dell’attuale business legato al mondo della musica?

PG – Già la parola business non va d’accordo con la musica intesa come arte anche se oggi è entrata a farne parte, l’arte e l’ingegno sono preziosi per gli artisti e dovrebbero essere stimolati non comprati o “scaricati” trasformando qualsiasi opera a un trofeo o a un soprammobile. Io credo che nell’evoluzione della musica, pop in primis, si sia arrivati a un punto fermo e le priorità dovrebbero essere a favore del nuovo. Una cosa importante sarebbe avere una base culturale musicale più evoluta quindi più scuole di musica, posti costruiti per la musica, scambi culturali e soprattutto serietà nell’insegnamento e nell’apprendimento, insomma, più stimoli per quest’arte impoverita dal suo consumo sfrenato. Altra cosa è attendere che succeda qualcosa…il motto delle case discografiche “non investo nulla se non succede nulla…” è disarmante per il povero musicante, che ha talento, ma deve aspettare magari 20 anni per potersi esprimere solo perché la sua opera non è stata capita o ancor peggio ascoltata. Io mi definisco contadino della musica perché per raccogliere bisogna seminare e mi pare che in questo momento siamo in netta controtendenza. I talenti ci sono, la voglia di farsi sentire c’è, diamo spazio al valore e non allo stupore. Ovviamente i tempi cambiano, la storia cambia e spero cambierà anche il futuro a favore delle anime che si vogliono distinguere e questo potrà avvenire solo se cambierà la cultura e il “business” tornerà al suo posto come traino per l’ingegno musicale.

10)Esiste un chitarrista attuale, o comunque un musicista, che ti ha sorpreso, che è stato per te una rivelazione?

PG – Ribadisco che per me esiste la musica in generale. Certo ci sono musicisti che mi hanno influenzato e stupito più di altri, ma io seguo il mio istinto che mi sussurra e mi guida all’ascolto di quello che colpisce la mia sensibilità e questo non dipende da chi ma da cosa ascolto; ed ecco che riuscire a captare l’umore di una performance di un musicista, stupirsi per un inaspettato contrappunto anziché una sonorità dissonante, cogliere il messaggio di un assolo, muovere il piede a tempo per un impulso irrefrenabile, tutto ciò diventa un privilegio un valore e tutto questo fa parte della musica e di ogni strumentista. Io amo l’umore di un musicista non lo stupore.

11)Apri il libro dei desideri. Cosa trovi alla voce “da realizzarsi  assolutamente entro il 2015”?

PG – Ho in mente molte cose da realizzare ma in effetti ci sarebbe un desiderio in particolare: un disco in quartetto con i musici miei preferiti: Gavin Harrison, John Giblin, Danilo Rea e Paolo Gianolio che arrangia con interventi orchestrali e alcuni ospiti. Non so se riuscirò a realizzarlo ma ci proverò. Poi il sogno che l’umanità, prima di perdersi completamente, si accorga del valore della natura che fin qui ci ha guidato e rendersi conto che in futuro non dobbiamo combatterla ma viverci accanto ascoltando i messaggi che ci manda. Mi congedo aspettando che la natura e la musica mi chiamino.

Ringrazio Athos Enrile per le domande stimolanti e spero di aver risposto con sufficiente dovizia.

Cordialmente

 

Paolo Gianolio